Perchè scrivo?

Ognuno ha ragioni diverse per scrivere (in un blog ad esempio): qualcuno per condividere i propri interessi e aiutare il prossimo, qualcun altro per promuovere i propri prodotti, qualcun altro ancora per sfogarsi, altri per chiarire i propri pensieri, ecc. Ci sono mille motivi per mettere i propri pensieri per iscritto e ognuna è una ragione valida a seconda della persona.

Negli ultimi mesi, contrariamente a prima, non ho scritto molto. Mi sono domandato come mai e probabilmente ci sono molti motivi diversi, ma principalmente credo che ci fosse un deficit di passione, quell’ispirazione che spinge alla scrittura e che la rende una cosa piacevole.

Probabilmente ho tentato troppo di emulare lo stile di altri blogger, perdendo così però la volontà di scrivere. Pensavo a post “esaurienti”, su argomenti pratici, pensavo alla “struttura”. Tutto questo mi ha tolto la voglia di mettere i miei pensieri nero su bianco, ed è un peccato vista la quantità quasi imbarazzante di vantaggi che questa attività fornisce.

Perciò ora non tenterò di modellare il mio modo di scrivere da nessuno, e farò quello che mi riesce meglio: seguirò il flusso della mia coscienza. Anche se probabilmente dovrò disimparare diverse cose che fin’ora mi hanno trattenuto.

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A chi non lo conoscesse, non voglio togliere il piacere di scoprirlo (oops!) :)

Ecco il mio profilo su Twitter: @mushinflow, e c’è anche il feed RSS.

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Magie dell’automazione! vsn.com

Rieccomi dopo una lunga assenza. Ma non sono tornato a mani vuote…

C’è stato un periodo in cui questo blog si era trasferito in un dominio diverso (viasenzanome.com) ed era gestito su una piattaforma diversa da quella attuale. Durante quel periodo ho scritto diversi post che mi sarebbe dispiaciuto perdere. Purtroppo, prima di chiuderlo, ho fatto in tempo a fare solo un “backup” manuale delle pagine web.

Il sogno nel cassetto, una volta tornato “all’ovile”, era quello di integrare tutti i post fatti sull’altro blog e che io avevo salvato come normali file html sul mio pc. Inutile dire che il recupero, e specialmente l’integrazione in questo blog sarebbe stato un compito molto lungo e noioso…

Fino a che in questi giorni ho scritto un programmino per estrarre, preparare e pubblicare su questo blog automaticamente tutti i post che avevo salvato. Il tutto ha richiesto un pò di tempo, ma è stato un investimento molto redditizio: ho importato tutti gli 80 post in pochi minuti! E con ogni post ho salvato anche tutti i commenti :) Non mi sono preso la briga di postare anche le immagini che accompagnavano alcuni di essi, è stata un compromesso calcolato.

Li puoi trovare categorizzati sotto la voce vsn.com, enjoy! :D

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Pensiero critico: controllo dei fatti

Il pensiero critico è una di quelle abitudini che tutti dovrebbero coltivare. La quantità di gente nel mondo che è vittima di ciarlatani, di convinzioni più o meno palesemente errate e superficialità è impressionante. La cosa è abbastanza grave se si considera che partiamo dalle nostre convinzioni e conoscenze per intraprendere azioni e decisioni che eventualmente si riflettono anche sugli altri.

L’ingrediente fondamentale per orientarci e basare la nostra visione del mondo (che determina in larga parte le nostre azioni) è la logica. E lo strumento per esercitarla è la ragione.

Modello semplificato di argomentazione

Di norma una argomentazione (come può essere un’opinione), è costituita da alcuni elementi fondamentali:

  • Fatti: ogni argomentazione si basa su dei fatti di partenza, questi devono essere accertabili
  • Conclusioni: tramite il ragionamento si arriva a determinate conclusioni

a partire da questa visione, si può maturare la comprensione e la competenza necessarie per difendersi dalle argomentazioni inconsistenti.

Ad esempio un’argomentazione può basarsi su fatti non verificati o verificabili, oppure il ragionamento è logicamente fallato (magari perchè influenzato troppo dall’emotività). In questo post mi concentrerò sul riconoscere e verificare i fatti, perchè senza elementi concreti a supporto un’argomentazione è inutile (almeno ai fini delle conclusioni a cui si giunge).

Alcuni esempi emblematici:

Quando in Marzo è venuto a mancare il compositore vincitore dell’Oscar Maurice Jarre, in alcuni media mainstream è apparsa una citazione attribuita a questo compositore. Citazione che però è stata deliberatamente inserita in wikipedia dallo studente Shane Fitzgerald, il cui scopo era dimostrare come i giornalisti usassero internet come fonte principale. Evidentemente questi giornalisti non hanno controllato le fonti. Wikipedia è costituita per la stragrande maggioranza da contributi anonimi, e ottimi anche, ma wikipedia dovrebbe essere solo il punto di partenza, non la depositaria definitiva di ogni verità.

Secondo un commentatore, in wikipedia a riguardo di un modello di sottomarino è riportata la potenza dei motori errata. In effetti è quattro volte superiore alla potenza reale di questo sottomarino. Il commentatore, che lavora in un museo che ospita appunto uno di questi sottomarini ha tentato di correggere questo dato, ma la modifica è stata più volte eliminata. Dalla sua il commentatore aveva i dati direttamente stampati sui motori stessi e quelli dai manuali della marina… i dati sbagliati non avevano fonti associate, così il tizio che rifiutava i dati reali ha riportato un sacco di pagine web a supporto della sua tesi… se non fosse che ognuna di queste pagine aveva tratto i suoi dati da wikipedia stessa!

My vandalism was taken down because this fact stood so long it couldn’t be false, I said it wasn’t cited, how can you prove me wrong, He quickly found citation, hundreds of sites got their stats info from wikipedia, and as we all know “The Internet” is a more trustworthy souce than a real navy manual any day of the week.

Accertamento dei fatti

Quindi ormai sappiamo che le affermazioni che vengono portate a supporto di un’argomentazione devono essere verificabili. Un’utile esercizio per abituarsi a questo genere di verifica è il seguente:

  1. A partire da un’argomentazione, leggila/ascoltala attentamente e cerca di individuarne i vari elementi fondamentali (fatti, ragionamento, conclusioni)
  2. Ora, estrai tutti i fatti/affermazioni e fanne una lista. Usa pure carta e penna (o il pc se preferisci)
  3. Verifica i fatti uno ad uno consultando fonti attendibili, spuntandoli mano a mano

A volte scoprirai che l’argomento è inconsistente e quindi ti risparmierai un sacco di problemi, altre volte scoprirai che solo alcuni di questi sono falsi (a volte invalidano la conclusione, altre no). In ogni caso avrai imparato di più sull’argomento, e a lungo andare acquisirai sempre più sicurezza nelle tue capacità di discernimento e nelle tue conoscenze. Un pò di liste di questo tipo e diventerà automatico.

Attendibilità delle fonti

Naturalmente c’è il problema dell’attendibilità: quando si può considerare una fonte veramente attendibile? Infatti non sempre è pensabile di poter verificare ogni singola affermazione personalmente…

Il criterio è sempre lo stesso: EQUILIBRIO. Bisogna bilanciare la profondità della ricerca (e quindi del grado di sicurezza) con il tempo speso (a volte non ne vale veramente la pena). Ai fini pratici significa accettare alcune fonti come autorevoli, e quindi verificare CHI afferma COSA.

Conclusioni

Se tutto questo ti sembra un pò troppo meccanico e pedante… allora questo post è rivolto proprio a te :) Guardati un pò attorno prestando attenzione a questo “modello” semplificato e poniti delle domande, hai tutto da guadagnare.

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La chiave della vita

- Anonimo -

Ovvero:

Quando avevo cinque anni, mia mamma mi diceva sempre che la felicità era la chiave della vita. Quando andai a scuola, mi chiesero cosa volevo essere da grande. Io scrissi “felice”. Mi dissero che io non avevo capito la consegna e io gli risposi che loro non avevano capito la vita.

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Pensiero compulsivo: se lo conosci lo eviti

Giulio Cesare Giacobbe nel suo libro “Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita” (nonostante il titolo è un libro “serio”, nel senso che contiene informazioni importantissime) definisce una sega mentale come un qualsiasi pensiero non attinente alla realtà.

Quanto spesso siamo vittime di pensieri che non riguardano la realtà che ci circonda e non ce ne rendiamo nemmeno conto! Il bello è che il pensiero è normalmente un riflesso, una reazione agli eventi, a volte anche come valvola di sfogo. E a volte può accadere che l’effetto di tali pensieri non sia quello di diminuire il livello di stress, bensì quello di aumentarlo. A quel punto quei pensieri diventano compulsivi e involontari e continuano a generare stress… anche se non lo vogliamo. Il tipico esempio è quello dei film mentali con i quali vediamo e rivediamo eventi negativi passati e che funzionano come inibitori, oppure i pensieri del tipo: “mi ama veramente oppure no?”, “si sta prendendo gioco di me?”, ecc. ecc.

Origini del pensiero compulsivo
Il pensiero probabilmente si è evoluto come una sorta di continuazione in stato di veglia del sogno la cui funzione era quella duplice di valvola di sfogo per lo stress (simulando nell’immaginazione delle azioni risolutive agli eventi causanti lo stress) e di mezzo per l’acquisizione e il mantenimento di capacità (c’è almeno uno studio che lo dimostra ma al momento non ne ricordo i riferimenti, se qualcuno li conosce può postarli nei commenti).

Successivamente, ha assunto anche la funzione di strumento di problem-solving sul quale abbiamo acquisito un controllo cosciente. Da allora abbiamo anche cominciato a soffrire di pensiero compulsivo: cioè dei pensieri involontari, negativi, debilitanti e non attinenti alla realtà che si auto-alimentano.

Riconoscere le seghe mentali negative
Giacobbe distingue tra seghe mentali positive (che possono fungere da valvola di sfogo diminuendo lo stress, oppure come evasione o ancora che rievocano successi e provocano una sensazione piacevole) e negative (che viceversa provocano un aumento di stress e in generale malessere). Il primo passo per eliminare le seghe mentali negative (e quindi vivere meglio e più serenamente) è quello di riconoscerle.

E con un pò di auto-analisi è semplice:

  1. Questo pensiero è attinente alla realtà? Si tratta di qualcosa che è direttamente riferito a ciò che mi circonda?
  2. E’ un problema che ho bisogno di risolvere? E’ risolvibile? Se il problema non è un problema o è immediatamente risolvibile (probabilmente perchè al momento non si possiedono tutte le risorse necessarie), allora è inutile preoccuparsene.

Se la risposta ad almeno una di queste domande è sì, allora la tua è una sega mentale negativa, puoi smettere di fartela.

Come eliminare un pensiero compulsivo negativo
Per definizione un pensiero compulsivo è involontario e si auto-alimenta. Il modo per indebolirlo e alla fine eliminarlo consiste nel privarlo della “carica emotiva” che produce deviandola verso un elemento neutro (un’altra sega mentale quindi, ma finalizzata allo “scaricare” il potenziale di quella negativa per poi essere eliminata facilmente a sua volta).

A questo scopo viene molto utile un mantra non significativo: una parola o serie di parole senza un significato particolare riguardo il pensiero negativo da eliminare da ripetere mentalmente a oltranza in modo “meccanico” concentrandosi su di essi per deviare l’attenzione. Ad esempio: “hakuna matata” o “pizza” :)

Come dice Giacobbe (informatevi pure sul suo curriculum, è un docente universitario): “sembra una belinata ma funziona!” Non si tratta di “psicologia pop” ma di rimedi semplici e provati.

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Ricetta per una mente agile

Una mente flessibile, in grado di apprendere nuove nozioni e nuove abilità, di ragionare, valutare e imparare dai propri errori per correggere il tiro. Una mente che non si fossilizza su certe idee conferendogli lo stato di “Soluzioni Perfette(c)” e che è sempre sul confine tra presente e futuro… Tutte caratteristiche fondamentali che implicano una certa dose di agilità mentale.

Agilità che però non è presente in certe persone che tendono a rimanere dove sono, difendendo quello che conoscono arroccandosi dietro ogni genere di argomentazione anche quando gli vengono fornite evidenze della limitatezza del loro approccio. Finiscono con il creare una sorta di fede nelle loro idee che non osano mettere in discussione. Sono mentalmente rigidi.

La soluzione è la curiosità intellettuale. Significa coltivare le proprie conoscenze e competenze, insieme ad una curiosità ed entusiasmo verso le idee nuove. Significa dare il beneficio del dubbio alle opinioni che sono in contrasto con le proprie, e quindi fare esperienza delle opinioni in esame per verificarne la veridicità. Curiosità intellettuale è esplorare sempre nuove strade, specialmente quelle che sfidano le proprie attuali convinzioni.

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Pensiero critico e relatività

A un certo punto del proprio viaggio nel mondo dell’evoluzione personale, quando se ne hanno viste e provate di tutti i colori, si comprende una cosa importante: ciò che funziona per te potrebbe non funzionare per me, e viceversa.

Ogni essere umano ha il suo proprio carattere, personalità, inclinazioni ed esperienze. Ogni persona è unica, con dei bisogni e delle esigenze personali. Questo è il motivo per il quale non esiste il cosiddetto “proiettile d’argento” che risolve un determinato problema in ogni situazione e per ogni persona. Non esiste una soluzione che funziona in egual modo per tutti. Un fattore importante di questa soluzione è anche che sia adatta al tuo livello di comprensione.

Una soluzione che funziona, può “incastrarsi” bene con la tua personalità, modo di fare, di vedere, e con le tue personali esigenze… oppure no. E’ necessario un pò di senso critico per non farti condizionare dalle opinioni altrui, che pur valide potrebbero portarti fuori strada. Invece prediligi un approccio pragmatico e orientato all’esperienza, fidandoti del tuo intuito.

Inizialmente è inutile perdere tempo a valutare attentamente tutte le possibili sfaccettuature del problema per cercare di individuare la Soluzione Perfetta(tm), in parte anche perchè non possiedi l’esperienza per valutare una soluzione: non solo in base alle sue proprietà intrinseche, ma anche in base alla sua interazione con un altro fattore fondamentale: TU. A volte il procrastinare sulla scelta di un approccio deriva anche dalla paura di assumersi la responsabilità delle proprie azioni, dalla
paura di compiere sbagli, di perdere tempo.

Invece dai una rapida occhiata attorno e scegli una soluzione che “senti” intuitivamente andarti a genio, anche se c’è qualcuno che afferma la superiorità di qualche altro metodo. Ci sarà sempre qualcuno a sostenere la superiorità di qualcos’altro, qualunque cosa consideri. E’ più produttivo comportarsi in modo coraggioso e fare la propria scelta in base a ciò che si ritiene più adeguato per le proprie esigenze e condizioni.

Anche se la strada si rivelerà errata, ora il giudizio sarà basato sull’esperienza e non sulle opinioni e i punti di vista di qualcun altro (che ricordiamo: ha gusti, personalità ed esigenze probabilmente diverse). E in ogni caso, avrai accumulato una risorsa importantissima: l’esperienza, che è più preziosa di qualunque teoria.

Riassunto:

  • Guardati attorno e ascolta
  • Scegli DA TE, con la tua testa e seguendo ciò che ti dice l’intuito, il modo di procedere
  • Persevera sulla strada che hai scelto fino al successo o all’evidenza di aver preso la strada sbagliata
  • Accumula ESPERIENZA
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La strada verso la Maestria

Febbraio 18, 2009 viasenzanome 6 commenti

Studiare il campo dell’apprendimento e della memoria è molto importante per capire come acquisire nuove conoscenze e nuove capacità. Non appena si comincia ad acquisire queste conoscenze ci si rende conto di quanto spesso si adotti un approccio sbagliato e di quanto tempo e sofferenze ci si potrebbero risparmiare adottando una linea d’azione corretta. In questo articolo mi concentrerò sull’acquisizione di nuove abilità.

Scuole di pensiero

Ad esempio: quante volte ti sei trovato a voler acquisire una capacità, per poi scoprire i numerosi punti di vista, le molte scuole di pensiero, i differenti approcci apparentemente in contrasto tra loro? Quante volte ha rinunciato o sei passato continuamente da un’approccio all’altro senza ottenere nulla da nessuno di essi?

Ognuno sembra avere la risposta definitiva, e ti dice: “il mio metodo è molto migliore di quell’altro” e tu non hai modo di capire se ha ragione o meno. La verità è che molti hanno ragione, persino quelli la cui visione è in contrasto l’una con l’altra.

Il guaio è che non si ha abbastanza esperienza del problema e delle sue possibili soluzioni, quindi si è vittime della propria inesperienza.

I tre stadi della Maestria: Shu-Ha-Ri

In realtà, il raggiungere la Maestria in qualche campo è un processo a più stadi. Il processo reale lo troviamo in varie forme in molte discipline: in questo articolo mi servirò del processo di apprendimento dell’Aikido, una delle arti marziali più sottili ed elaborate creata in Giappone da Morihei Ueshiba, perchè delinea precisamente i tre stadi coinvolti.

I tre stadi, definiti Shu-Ha-Ri nell’Aikido, naturalmente si attraversano rigorosamente in questo ordine:

  1. Shu: stadio di inesperienza totale, sia per quanto riguarda il problema sia per la soluzione proposta dal metodo in esame. Per questo il praticante ha bisogno di una “ricetta”, una sequenza di istruzioni ben definite da praticare in modo meccanico finchè non diventano una seconda natura. Nell’ambito dell’Aikido in questo stadio l’allievo costruisce il fondamento tecnico dell’arte eseguendo esattamente i movimenti mostrati dal Maestro.
  2. Ha: in questo stadio si è costruita la propria base di esperienza e si comincia ad esplorare e sondare i limiti di applicazione del metodo imparato. Dato che la realtà è un qualcosa di fluido e non esiste una soluzione universale che va bene in ogni situazione, questo stadio comporta il rendersi conto di questo fatto e l’iniziare ad esplorare altre strade. Mentre nel primo stadio la mente dello studente era totalmente presa dai particolari “meccanici” di esecuzione, in Ha sono diventati una seconda natura ed è ora in grado di ragionare sulla loro natura e il loro significato. Si matura una comprensione profonda dell’arte e della sua applicazione alla Realtà. Da questa attività mentale ci si rende conto che esistono più strade verso un dato obbiettivo, e sperimentando con la loro applicazione si diventa in grado di applicare quella più adatta ad ogni situazione. In altre parole si aggiungono strumenti alla propria personale “cassetta degli attrezzi” o bagaglio tecnico. Ora si ha la base di esperienza necessaria per distinguere le differenze e gli ambiti di applicazione delle varie scuole, di riconoscere pattern e applicarli.
  3. Ri: è lo stadio della trascendenza, dell’andare oltre il metodo appreso. A questo punto lo studente è diventato un praticante, ha sviluppato la propria comprensione e comincia a sviluppare le proprie idee personali e a testarle nella Realtà. L’arte è diventata parte del praticante che la applica senza nemmeno rendersene conto. Dispone di soluzioni diverse, è in grado di applicare la migliore ad ogni situazione ed è persino in grado di creare una soluzione ad-hoc quando non ne esiste una preesistente. Dopo un certo tempo in Ri, il praticante è un Maestro.

La coscienza di Shu-Ha-Ri

Con la tua nuova conoscenza degli stadi di apprendimento, ora capirai il perchè certe soluzioni pur essendo tutte vere non sono adatte per tutti: insegnamenti dati ad uno stadio diverso da quello in cui ci si trova, pur essendo corretti, sono inutili e persino dannosi. Ecco perchè nell’Aikido questa distinzione è molto ben conosciuta da ogni Maestro, ed è il Maestro stesso a decidere quando un allievo è pronto per passare allo stadio di insegnamento successivo.

Userò sempre l’Aikido per mostrare come gli insegnamenti ad uno stadio diverso siano inadatti:

  1. Shu: uno studente a questo stadio è, come precedentemente illustrato, inesperto e ha bisogno di istruzioni precise. Un insegnamento a livello Ha di solito non si cura dei minimi particolari tecnici di cui invece ha bisogno lo studente in Shu, e invece illustra diversi approcci: di conseguenza il povero studente sarà confuso perchè non saprà cosa applicare e quando, e frustrato dagli insuccessi perchè non saprà come applicare quegli insegnamenti. L’allievo potrebbe essere sopraffato dalla confusione e mollare tutto, oppure potrebbe praticare erroneamente a causa della mancanza dei fondamenti. Per non parlare poi dello stadio Ri: “non pensarci troppo”, “è facile lasciati andare”. Tutti insegnamenti corretti, ma solo con una valida base a disposizione e quindi assolutamente inutili al novizio.
  2. Ha: l’allievo diventa praticamente, dispone di un bagaglio tecnico di base e può cominciare a ragionare sul significato, ma ancora una volta suggerimenti “vaghi” e trascendenti come quelli dello stadio Ri sono più che altro fonte di confusione.
  3. Ri: qua non c’è molto da dire visto che il praticante continua a camminare con le proprie gambe e ad esercitare il proprio pensiero critico. Qui è più che altro la Realtà, la Vita, a fare da maestra.

Si comincia!

Ogni viaggio di mille miglia comincia con un passo.
- Lao Tzu, Tao Te Ching

Qual’è il modo migliore di fare il primo passo verso la maestria? Una volta chiaro cosa vuoi apprendere, guardati in giro e cerca un metodo che ti garba: non perderci troppo tempo e fidati del tuo istinto. Dopodichè applicati in quel metodo con costanza e senza curarti di altro fino a che raggiungi lo stadio Ha.

Una cosa è certa: sarà un viaggio estremamente eccitante :)

Maestria: apprendimento orientato all’esperienza

Febbraio 15, 2009 viasenzanome 2 commenti

Ti è sempre stato detto che leggere e imparare è importantissimo, e tu adori imparare. Ami tenere tra le mani e sfogliare un libro, ami osservare la tua pregevole libreria fornitissima di pesanti tomi zeppi di conoscenza. Sei un esploratore dell’ignoto, un infonauta.

Da infonauta a procrastinatore professionista

Ma non tutta la lettura è buona. A volte la lettura diventa una scusa per non agire, e ti ritrovi a leggere un trattato sulla coltivazione del riso in Cambogia anche se sai che molto probabilmente non ti servirà mai. Ed ecco che l’infonauta si è trasformato in un procrastinatore professionista, un dottissimo teorico che non è in grado di provare sul campo la propria conoscenza.

Un teorico del genere è vittima delle circostanze e non è in grado di esercitare quel pensiero critico che lo aiuterebbe a discernere la verità dalle imprecisioni. Mancandogli quella base di esperienza da utilizzare come base, come “coltello mentale”, per discernere i fatti dalle elucubrazioni mentali si ritroverà nel mezzo di una discussione tra due punti di vista senza saperne cogliere i vari aspetti e le varie sfumatore.

Apprendimento adattivo

Per evitare questa fine, bisogna ripensare alle proprie priorità e al proprio modo di apprendere nuove informazioni. Propongo di adottare un processo di apprendimento adattivo, nel quale si comincia prima con un problema e poi si cerca la soluzione.

La necessità è la madre di tutte le invenzioni.

Il partire da un problema esistente qui e ora che necessita di una soluzione, il più delle volte implica un processo di ricerca e apprendimento. La differenza è che ora questo apprendimento è radicato nella Realtà e in un problema reale, del quale abbiamo esperienza e in cui potremo applicare subito quello che abbiamo imparato. In questo modo avremo esperienza sia del problema che della soluzione e potremo esprimere il nostro parere, partecipare a discussioni e discernere il parzialmente vero dal completamente falso.

Riassumento, l’essenza dell’apprendimento orientato all’esperienza (experience-oriented learning) è questo:

  1. Problema reale: esperienza del problema
  2. Ricerca di una soluzione: apprendimento
  3. Soluzione del problema: applicazione (esperienza) della soluzione

Parole chiave: action-oriented, purposeful learning, project-oriented learning, just-in-time learning.