Ruminatori: attenzione alla CBT

Ho scritto in un paio di precedenti post su come la terapia cognitivo-comportamentale (TCC o CBT) sia uno strumento utilissimo e di provata efficacia per il raggiungimento del benessere psicologico. Tuttavia una recente ricerca lancia una avvertimento da prendere in considerazione a questo riguardo.

Si tratta di uno studio preliminare condotto per verificare l’efficacia dei libri di auto-terapia basati sulla CBT (Cognitive-Behavioural Theraphy) su un campione (limitato) di studenti a rischio di depressione. Sono stati predisposti diversi gruppi di controllo: uno ha utilizzato il libro “Benessere della mente per negati” da me consigliato nei post precedenti, un secondo gruppo un altro libro di CBT ma che utilizza un approccio “alternativo” e un terzo con libri di altro tipo.

“Benessere della mente per negati” adotta l’approccio terapeutico classico della CBT: l’identificazione dei pensieri negativi e relativa disputa con strumenti come ad esempio la scheda ABCD e la conoscenza degli errori cognitivi più diffusi, mentre i libri usati dal secondo gruppo di controllo presentano sempre la CBT ma senza questo processo di identificazione e disputa.

Risultato: I libri di auto-terapia basati sulla CBT che insegnano la relazione tra eventi-pensieri-emozioni e prevedono l’identificazione di pensieri negativi con relativa disputa possono essere negativi per chi tende a “ruminare” (ovvero pensare e ripensare a cose negative). Per queste persone è più indicata una forma di terapia che NON si basi sulla disputa dei pensieri negativi.

Fonte: Haeffel, G. (2010). When self-help is no-help: Traditional cognitive skills training does not prevent depressive symptoms in people who ruminate. Behaviours Research Therapy, 48(2), 152-157 DOI

Commento

Alla luce di questo studio, seppur preliminare, si evidenziano dei possibili rischi nella pratica autonoma della CBT:

  • Si basa sull’idea che alcuni pensieri sono cattivi e vanno eliminati.
  • Rischia di generare loop ossessivi su pensieri difficili.

Questo perchè al cuore dell’approccio terapeutico c’è l’idea che alcuni pensieri siano “giusti” e altri “sbagliati”, e che quest’ultimi vadano combattuti ed eliminati. Questo, in alcune persone che stanno lavorando con la CBT, crea un senso di colpa ogni volta che provano certi pensieri, il che certamente non aiuta il miglioramento.

Inoltre si sa che la CBT è molto efficace nel trattamento di una gran varietà di disturbi, ma in alcuni casi rimane il rischio di “ricaduta”.

La terza generazione

In pricipio vi fu la REM (Rational-Emotive Theraphy, terapia razionale-emotiva) di Ellis (la “prima generazioni”). Una decina di anni dopo nacque la CBT (la “seconda generazione”).

Negli ultimi anni la psicoterapia ha compiuto ulteriori passi in avanti producendo la “terza generazione” di psicoterapie, ad esempio:

  • ACT (Acceptance-Commitment Theraphy)
  • MBCT (Mindfulness-Based Cognitive Theraphy)

Che differiscono dalla CBT per un’idea fondamentale:

Non sono i pensieri ad essere il problema, ma l’AGIRE in base ad essi come fossero VERI ad esserlo.

In altre parole, queste terapie non dicono se un pensiero è “giusto” o “sbagliato”, ma insegnano l’indipendenza dai pensieri e mettono in grado di agire per il meglio uscendo dalla propria testa per vivere la propria vita LIBERI dal giogo di pensieri negativi, oppressivi e deprimenti.

Questa forma di terapia, ha anche il vantaggio di eliminare il problema delle ricadute.

Riassunto

  • La CBT praticata autonomamente può avere effetti negativi in chi tende a “ruminare”.
  • La CBT si basa sulla relazione eventi-pensieri-emozioni e sulla distinzione tra pensieri “giusti” e “sbagliati”. C’è il rischio di loop ossessivi e di AUMENTO dei sintomi depressivi.
  • La “terza generazione” (ACT, MBCT, The Work, ecc) si basa sull’indipendenza dai pensieri senza preoccuparsi troppo se siano veri o falsi, sull’uscire dalla propria testa e vivere la propria vita.

“Do not dwell on the past, do not dream of the future, concentrate the mind in the present moment.” –Buddha

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