Chiedi al mare

Se stai ad ascoltare, puoi trarre tantissimi insegnamenti dalle cose più inaspettate. Immagina di essere seduto su uno scoglio, con le onde del mare che si infrangono a meno di due metri sotto di te. Immagina il sole che ti accarezza la pelle, che ti penetra in profondità fino a scaldare il tuo essere. Immagina anche il vento, che ti scompiglia i capelli e sospinge via i tuoi pensieri come fossero nuvole leggere. Immagina di guardare le onde, il mare, e sentirlo dentro di te. In quel breve momento di contemplazione, tu sei il mare e alla tua mente affiorano dei frammenti di comprensione.

In quel momento, vedi che la tua essenza è come l’acqua. Qualsiasi tentativo forzoso di modificarla è destinato a fallire. L’unico modo per modellare l’acqua è usare dei corpi per modificarne il corso e indirizzarlo in una certa direzione: puoi fargli fare vortici, salti e cascate. Si tratta di trovare lo stimolo giusto per sortire l’effetto voluto.

La seconda intuizione è che l’acqua dispone di una grande forza, ed è in grado di accarezzare le rocce, ma di tanto in tanto può infrangersi su di esse con inaspettata violenza. La cosa da notare è che prima di ogni forte onda, l’acqua si ritrae. Non c’è estensione senza contrazione, così come non c’è forza senza debolezza. Se vuoi attaccare, indietreggia.

Come dice Baudelaire, la realtà è una foresta di simboli.

4 pensieri su “Chiedi al mare

  1. Io oserei andare ancora al di là di quanto dice Baudelaire: la realtà, la natura, non è soltanto un simbolo. È noi stessi, e viceversa. Ecco perché quanto mi dice l’onda, o la brezza, non è soltanto un simbolo del mio essere e del mio agire. Le parole stentano a significare quanto voglio dire, ma so bene che tu ne cogli il senso.

  2. Credo di sì. Ma è una cosa difficile, forse impossibile, da dire a parole. Ecco perchè usiamo simboli e metafore: per cercare di far intuire una consapevolezza su qualcosa che è più esperienza che conoscenza. O forse è solo che ho poca fantasia.

  3. Mi importava porre l’accento sul fatto che il simbolo andrebbe sempre (a mio modo di vedere) “incorporato”, “incarnato” alla propria esperienza vitale, e non “cosificato”, come siamo usi a fare noi occidentali, figli dell’oggettivismo cristiano e scientifico. Insomma, vedere l’oggetto simbolico come una parte di noi (perché in effetti lo è), e non come qualcosa di “altro” che pure ci istruisce ed ammaestra.

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